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Russiagate, i big dell'IT alzano la posta

Facebook, Twitter e Google sono di nuovo intervenuti sui numeri delle attività illecite che li hanno visti loro malgrado protagonisti dell'ultima campagna presidenziale a stelle e strisce.

La vicenda è quella del cosiddetto Russiagate, che vede il Congresso degli Stati Uniti d'America chiamare i big dell'IT a testimoniare circa la possibile influenza giocata dal Cremlino nelle ultime elezioni politiche anche attraverso la creazione di account sui social network e la condivisione di notizie ad hoc per infuocare il clima politico ed estremizzarlo verso alcuni argomenti e posizioni coincidenti con quelli supportati dall'allora candidato Repubblicano Donald Trump, che sarebbe appunto stato poi eletto come 45esimo presidente degli Stati Uniti d'America.

Già a inizio novembre Facebook e Twitter si erano incontrati con le autorità, portando i frutti delle loro indagini: circa 100.000 dollari spesi su 3.000 messaggi pubblicitari connessi a 470 account o pagine "non autentiche" su Facebook e 201 account su Twitter.Ora, invece, nel nuovo incontro con il Consigliere generale Colin Stretch, sia Facebook che Twitter scendono ancora di più nei dettagli, offrendo un quadro ancora più preoccupante dell'influenza giocata da un Paese straniero durante le elezioni presidenziali a stelle e strisce.

Nel dettaglio Facebook ha riferito che la propaganda russa sarebbe arrivata a toccare addirittura 126 milioni di utenti: ciò significa non che siano stati tutti influenzati, ma che tanti sono comunque entrati in contatto con i contenuti promossi da account legati al Cremlino e dal contenuto - come spiega ora Facebook al Congresso "altamente divisorio e che punta ad esacerbare le divisioni all'interno della società".

Per quanto, infatti, i contenuti stimati possano essere considerati appena lo 0,004 per cento del totale dei contenuti condivisi nei News Feed degli utenti, 126 milioni è circa la metà della popolazione degli Stati Uniti d'America: difficile non pensare che anche statisticamente contenuti così estremizzanti non abbiano avuto l'opportunità di trovare terreno fertile.

D'altra parte, spiega ancora il social network al Congresso, i gruppi russi hanno sfruttato anche Instagram, che da ultimo ha cancellato circa 170 account ritenuti responsabili della condivisione di almeno 120mila post (per cui sarebbero stati spesi 3.700 dollari in advertising).

Anche Twitter presenterà al congresso maggiori dettagli su come è stata sfruttata per veicolare propaganda dalla Russia: secondo indiscrezioni gli account identificati sono saliti al numero considerevole di 2.752 e 36mila bot, che avrebbero twittato 1,4 milioni di volte durante le elezioni: la diffusione dei bot è d'altra parte connaturato al tecnofringuello che non ha un sistema efficace di segnalazione.

La soluzione di Twitter per il momento è rappresentata solo dalla decisione di non accettare più advertising da account controllati da Russia Today (RT) e Sputnik, due delle principali fonti di contenuti sotto osservazione.

Google rispetto a Facebook e Twitter era in ritardo, a causa della difficoltà di separare i troll dalle fonti russe "legittime". Ora tuttavia sembra essere arrivata al bandolo della matassa riferendo di aver trovato le prove che operativi russi usavano la sua piattaforma per influenzare i voti dei cittadini americani: tra i contenuti promossi da soggetti legati alla Russia 1.108 video per 43 ore di contenuti su YouTube e 4.700 dollari USA in advertising sul motore di ricerca.

La Casa Bianca si trova peraltro ad affrontare un'altra crisi per le accuse di riciclaggio, evasione fiscale e cospirazione mosse nei confronti di Paul J. Manafort, l'ex capo della campagna elettorale di Trump ora ai domiciliari, primo esito dell'inchiesta condotta dal procuratore speciale Robert Mueller.

Secondo l'accusa Manafort tra il 2006 e il 2015 avrebbe, insieme al suo vice Richard W. Gates III, intrattenuto rapporti con l'Ucraina e riciclato decine di milioni di dollari attraverso aziende e conti negli Stati Uniti, falsa testimonianza, lobbying per paesi stranieri e cospirazione: reati che arriverebbero fino al 2017, periodo in cui aveva già contribuito in maniera determinante all'elezione di Donald Trump (Manafort è stato direttore della campagna di Trump fino all'agosto del 2016, quando fu poi rocambolescamente sostituito da Steve Bannon).

A rispondere duramente e senza peli sulla lingua è naturalmente Trump, che proprio da Twitter parla di "Fatti che risalgono ad anni fa, prima che Manafort fosse parte della campagna. Perché il focus non sono la corrotta Hillary e i democratici?" e che "non c'è alcuna collusione".

Tuttavia la concomitanza tra l'arresto del vertice della sua compagna elettorale per attività illecite condotte in coordinazione con i Paesi dell'Est Europa e le accuse del Russiagate nei confronti dell'intera amministrazione Trump non passano inosservate.

Claudio Tamburrino

 

Fonte: www.punto-informatico.it